MISEenFABLE

KAZUYO KOMODA

Articolo di
Lucia Lamonarca

A tavola con Kazuyo Komoda

Nasce a Tokyo, dove si laurea in design presso Musashino Università delle Belle Arti, intraprendendo successivamente la sua attività in design industriale ed architettura d’interni. Dal ‘89 vive e lavora a Milano. Attualmente è impegnata nella realizzazione di progetti d’interni, di product design e come consulente specializzata per colori, materiali e superfici. I suoi progetti sono collezioni permanenti in musei quali la Triennale di Milano, the Museum fur Angewandte Kunst Köln, Museo Maguma e Musahsino Art University Library collection. 

Ho conosciuto Kazuyo in occasione della mostra di un’artista che ci ha presentate. Non sapevo ancora bene chi fosse ma ricordo di aver provato sin da subito una profonda ammirazione per i suo modi riservati, delicati ed allo stesso tempo ironici.
A quel primo incontro è seguita una cena tra amici, un te in un garden caffè ed un pomeriggio insieme a chiacchierare davanti ad una buonissima fetta di torta fatta da lei e, naturalmente, una fumante tazza di te.
Il tratto di un artista lo si riconosce appena ti apre la porta di casa sua. Ad accogliermi un “impermeabile” penzolante dal soffitto, per poi entrare nel suo salone/studio.
Un immenso spazio bianco con un tavolo lungo al centro, una pianta scultura che corre sul soffitto grazie a fili invisibili, tubi di calorifero rivestiti con nastri di iuta verde ed un piumino acchiappapolvere rosa a decorarli. Chapeau!
Oltre che designer di oggetti per la tavola di grande ricercatezza e collezionista di esclusivi bicchieri in cristallo, Kazuyo è l’autore de “la Tavola Imbandita”, un morbido tappeto-cielo fissato sotto il tavolo, cui sono appesi oggetti che stimolano la curiosità visiva e sonora del bambino. “Il limite tra sopra e sotto il tavolo è il confine tra spazio dei grandi e microscosmo dei piccoli”, mi spiega.
A Kazuyo chiedo di farmi volare con la fantasia immaginando di essere a Tokyo, per imparare l’arte della tavola giapponese e scopro che…
“Noi giapponesi siamo molto formali, ce lo insegnano sin da piccoli. Ogni pasto della giornata deve iniziare con la parola “itadakimasu” e finire con ”gocisousama”. E’ un rito di gratitudine e ringraziamento da dedicare a chi desideri. Io, per esempio, lo dedicavo sempre a mia mamma”.
L’utilizzo delle bacchette (in legno) si insegna dopo i quattro anni.
Prima di quell’età le mani dei bambini sono troppo piccole per destreggiarle con abilità, quindi si ricorre a cucchiaio e forchetta. A scuola invece, per questioni igieniche, si usa un “cucchiaio/forchetta” simile alla posata per l’antipasto usata in Occidente.
I bambini devono imparare almeno 13 cose da non fare con le bacchette come ad esempio passarsi il cibo oppure posare le bacchette sulla ciotola (vanno rigorosamente messe sul portabacchette).
Tra le cose più difficili da imparare c’è quella di non lasciare neanche un chiccco di riso nella ciotola. Come potete immaginare prendere una certa quantità di riso è facile, non lo è catturare l’ultimo chicco.
“Quando non ci riuscivo, mi lamentavo dicendo che due o tre chicchi di riso avanzati non avrebbero fatto la differenza”, ricorda Kazuyo. “Per te no forse, ma se li moltiplichi per milioni di persone ti accorgeresti e come della differenza”, mi rimproverava mio papà.
La mise en place prevede a sinistra la ciotola del riso e a destra quella della zuppa di miso, una soia fermentata. La ciotola va rigorosamente tenuta in mano, altrimenti è maleducazione. Non si beve acqua durante i pasti ma zuppa.
Non ci sono tovaglioli, si porta a tavola, a inizio pasto, una salvietta bagnata fredda (in estate) o calda (in inverno) per pulirsi le mani.
Ogni membro della famiglia ha il proprio tablesetting personale composto da ciotola e bacchette: grande per papà, media per la mamma e piccola per il bambino. E non vanno mai scambiati!
Conclude Kazuyo: “Vi voglio infine raccontare una nostra usanza, che per voi italiani è forse un po’ imbarazzante….anche in Giappone amiamo mangiare gli spaghetti. E sapete qual è la prima cosa che insegniamo ai nostri bambini? Che per mangiarli dobbiamo tirarli su facendo rumore!”.